domenica 20 giugno 2010

Cosce di coniglio con peperoni rossi


Ingredienti per tre persone:

4 cosce di coniglio divise a metà (otto pezzi in totale)
2 grossi peperoni rossi
3 cucchiai di olio evo
1 cipolla rossa simile allo scalogno
1 scalogno
10 pomodorini freschi
5 patate
1 manciata di capperi
sale pepe q.b.
1 spolverata di aromi misti per umidi
mezza tazzina di brandy

Ho messo le cosce di coniglio in una pirofila in pyrex con brandy diluito in acqua per due giorni in freezer.

Una volta sgelato per tempo (la notte per la mattina) separo la carne dal liquido e lascio scolare qualche minuto.

Metto le cosce a rosolare in un tegame antiaderente con 3 cucchiai di olio evo e copro con foglio di alluminio; aggiungo il brandy e continuo a rosolare qualche minuto, salare e pepare q.b.

Quando sono perfettamente rosolate le tolgo e ripongo al caldo coperte con un piatto.

Inserisco nel tegame di cottura:  cipolla e scalogno a rondelle, mescolo qualche minuto ed unisco anche i peperoni tagliati a piccole falde senza semi.

Continuo la cottura dei peperoni ed unisco i pomodorini tagliati a metà e le patate a tocchetti, ogni tanto aggiungo un po' di acqua o brodo se rischia di attaccare o asciugarsi troppo.

Verso metà cottura, rimetto sul fuoco anche le cosce di coniglio ed aggiungo 1 manciata di capperi che passo velocemente sotto l'acqua per dissalarli.

Aggiungere ogni tanto un po' di acqua o brodo.

A cottura ultimata, se serve spolvero un po' di farina attraverso un colino per addensare.

venerdì 18 giugno 2010

Biscotti: fiorellini - stelline ed orsetti

Questa ricetta partecipa alla raccolta benefica di Pan di Panna:






Ingredienti:


250 gr. di farina 00
200 gr. di burro di ottima qualità
100 gr. di zucchero a velo ben setacciato
2 tuorli
1 pizzico di sale

Per Decorare:

Marmellata di pesche
Nocciolata della Rigoni
Stelline di zucchero
Smarties
Zucchero colorato: giallo, azzurro, rosso.


La ricetta è della bravissima Pinella, il procedimento per impastare con la MDP è tutta una mia invenzione.

Versare nella teglia della MDP: burro + zucchero a velo + uova + pizzico di sale + farina (io ho inserito anche una fialetta di aroma vaniglia).

Avviare il programma solo impasto della durata di 15 minuti circa, in genere basta poco più della metà del tempo.

Estrarre la frolla dalla mdp, formare una palla e metterla avvolta nella pellicola trasparente per almeno un'ora.

Dal momento che è estate la frolla fatica a mantenere la sua compattezza, quindi Ilaria ha fatto un po' di biscotti per volta con i vari stampini.

Una volta pronti e decorati via in forno per circa 12-15 minuti a 180° .

Farli raffreddare.

Poi decidere come farcirli, la mia bimba ha scelto una parte con la Nocciolata ed una parte con la marmellata, altri li ha lasciati semplici.

Metterli su un vassoio e servire.


martedì 15 giugno 2010

Spaghetti con pomodorini, misto funghi e pancetta


Un piatto dal gusto deciso, veloce e molto semplice da realizzare.




Ingredienti per 3 persone:

300 gr. di spaghetti

10-12 pomodorini tipo pachino

300 gr. di funghi misti

1 scalogno

1 confezione di pancetta dolce

2 cucchiai di olio EVO

sale pepe q.b.

Lessare la pasta, intanto soffriggere lo scalogno a fettine nei due cucchiai di olio EVO, aggiungere i pomodorini tagliati a metà con la buccia verso l'alto più la pancetta, rosolare un paio di minuti, infine aggiungere il misto funghi, mescolando bene.

Continuare a mescolare per evitare di far attaccare il sughetto, premere leggermente sui pomodorini e continuare la cottura, se necessario aggiungere un po' di acqua della pasta, regolare di sale e pepe.

Scolare la pasta e versarla nel tegame di cottura del sugo, quindi saltare brevemente ed impiattare, per servire caldo.





mercoledì 9 giugno 2010

Le mie prime "Card Tilda" con la tecnica Stamping



Sono delle prove tecniche, qualcuno è già terminato ... a chi andranno? Questa è una piccola sorpresa nei prossimi giorni farò un altro post, magari riesco a fare qualche altra Tilda o Riccetto, intanto ve li lascio guardare.
Qualche errore c'è, non sono proprio drittissimi devo ancora prenderci la mano, anche i colori vanno più sfumati ... provare provare provare ...
Mi mancano altri colori "distress ink" le carte apposite ed i cartoncini, nonchè fiocchetti bottoni nastrini etc.
Ciao a presto con i prossimi lavori.


mercoledì 5 maggio 2010

"Filetti di sogliole con pomodorini nel cartoccio"


3 filetti di sogliole
1 grappolo di pomodorini
sale q.b.
olio extra vergine
3 fette grandi di limone tagliate a metà
2 spicchi d'aglio
prezzemolo q.b.

Foderare una placca da forno con carta alluminio sia in orizzontale che verticale (io ne ho messi due foglio per ogni senso, così il pacchetto è bello chiuso e compatto).
Adagiare i filetti di sogliola con il lato della pelle a contatto con la pellicola e posizionare sotto ad ognuno 2 pezzi di limone.
Salare i filetti e ricoprirli di pomodorini tagliati a metà, intervallare con fette di aglio.
Versare a filo Olio extra vergine q.b. e del prezzemolo tritato (che non avevo purtroppo).
Chiudere bene con la pellicola di alluminio ed infornare a 180° per circa 12-15 minuti (a seconda del vostro forno).
Aprire il cartoccio e servire nei piatti, da consumare in compagnia di un buon vino bianco.

giovedì 29 aprile 2010

Leggiamo insieme un bel racconto.

"MONDO CANE"    racconto di Romano Augusto Fiocchi


Disegno di Giuditta Fiocchi



Il caso era disperato. Fu chiamato addirittura il dottor Djembé. Una leggenda ospedaliera narrava che il dottor Djembé era stato tra quelli che avevano visitato Salvador Dalì quando fu sorpreso a strisciare giù a terra credendosi un lombrico. In quella circostanza il dottor Djembé propose una terapia storica che stupì tutti: – Portiamolo a pescare.

Il dottor Djembé arrivò di sera. Dopo aver pagato il tassista senza lasciargli un centesimo di mancia, entrò nel parco del Policlinico. Lo attraversò tutto. Camminò con passo autunnale sul tappeto di foglie morte dei viali. Passò le cliniche di Medicina Interna, di Ostetricia, di Cardiologia. Una nebbia silenziosa filtrava nelle narici. Aveva l’odore inquietante del muschio. La Psichiatria non era lontana. Con il suo passo fantasioso sembrava più un paziente che ne fosse uscito invece di un medico che vi dovesse entrare. La caposala lo fermò sulla porta con un’occhiataccia da gatta partoriente.

– Sono il dottor Djembé, – disse lui con il suo imperdibile accento portoghese.

Lo sguardo della caposala si ammansì:

– La faccio subito accomodare, dottore.

Il dottor Djembé fu scortato sino allo studio del professor Vitali. La caposala gli aprì la porta. Dentro non c’era nessuno. Dalla finestra filtrava l’odore del muschio. Andava a confondersi con l’odore di disinfettante. Il dottor Djembé fece scorrere lo sguardo sulla scaffalatura di libri che rivestiva tutta una parete. Si voltò e vide un individuo alto e magro, le spalle curve, i baffi folti e i capelli lunghi e brizzolati da vecchio dongiovanni. Era un altro dottor Djembé che lo guardava da uno specchio a figura intera. Si ricordò che il professor Vitali lo utilizzava per scendere nella cantina dell’anima: – Studiare la propria immagine, – gli aveva detto una volta, – aumenta la consapevolezza dell’identità personale del medico ed estremizza il distacco dal paziente.

All’improvviso entrò il professor Vitali, gli strinse la mano, lo ringraziò di essere venuto. Il professor Vitali era un uomo tozzo, sanguigno, i tratti grezzi di un contadino, le labbra carnose. Si sedettero uno di fronte all’altro, lui di là della scrivania. Il professor Vitali sfogliò una cartella clinica e gliela porse:

– Qui c’è tutto quello che sappiamo sul Paziente X, – disse. Allargò le braccia sconsolate. Si alzò, camminò sino alla finestra, si voltò: – Come ti ho scritto nella mia e-mail, vorrei che tu lo vedessi al più presto, sarebbe meglio subito, ora, ma senza insospettirlo.

– Mi fingerò un nuovo paziente, – disse il dottor Djembé con il suo imperdibile accento portoghese.
Il professor Vitali approvò con un sorriso. Chiamò la caposala e fece portare un paio di pantaloni di tela bianca e una giacca da camera. Fu così che il dottor Djembé fece il pazzo. Trovarsi dopo tanti anni dall’altra parte della barricata gli diede l’ineludibile sensazione di una vittoria.


Quando entrò in reparto, il Paziente X se ne stava seduto su una panca, lungo la parte del salone. Era un ometto buffo, il cranio pelato con uno strano e superstite ciuffo ribelle sopra la fronte. Appoggiava la nuca al muro, lo sguardo che attraversava il soffitto e cercava l’infinito.

– Io mi chiamo Leone. E tu?– disse il dottor Djembé.

– Sei un leone?

– Oh no, Leone di nome. Sai, come quel famoso scrittore russo.

– Cos’è uno scrittore?

– Be’, è uno che racconta delle storie e le fa circolare attraverso dei libri. Ne hai mai letti?

– Letti cosa?

– I libri.

– Non so cosa siano.

– Sai però chi sei. Voglio dire, sai come ti chiami.

– Il mio nome è Medoro.

– E il cognome?

– Noi cani non abbiamo cognome, soltanto il nome che ci dà il nostro padrone.

Il dottor Djembé tacque. Doveva fare in modo che Il Paziente X aprisse il suo mondo. Ma non ce ne fu bisogno.

– Prima non era così, – disse Il Paziente X.

– Prima quando?

Il Paziente X si voltò con aria sbalordita verso il dottor Djembé:

– Oh bella! – disse, – prima che prendesse piede la civiltà degli uomini.

Fu così che il Paziente X incominciò a raccontare al dottor Djembé la più strabiliante storia che avesse mai sentito. Lui restò in silenzio ad ascoltare.

– Ci fu un tempo in cui noi cani ci comportavamo da uomini e gli uomini da cani. Abbaiavamo guaivamo mugolavamo ringhiavamo e ci capivamo tutti alla perfezione: era il nostro linguaggio. Gli uomini parlavano invece una lingua individuale, ognuno la propria, e non avrebbero potuto comunicare se non per mezzo di interpreti poliglotti. Peccato che nessuno sapesse cosa fossero. La nostra civiltà era millenaria ed evoluta. La popolazione canina aveva costruito città intere: complessi di cucce e di cunicoli, orinatoi comuni e privati, annusatoi dove poter annusare la roba degli altri, disinfestatoi per cani igienisti che detestavano le pulci, infestatoi per cani masochisti che amavano grattarsi, ma anche opere di utilità sociale: istituti di ricovero per cani disadattati, dormitori per randagi, bordelli per cagnette in calore, ospizi per cani anziani. Per non dire delle vie di comunicazione, ossia delle piste e dei sentieri che collegavano le città e portavano attraverso tutte le terre allora conosciute. L’ordine pubblico era mantenuto da un cane podestà attorniato da una muta di cani poliziotto. Ma molte famiglie canine, per antica abitudine, adottavano un cucciolo di essere umano. Crescendo sarebbe servito come uomo da guardia per sorvegliare le cucce. L’uomo da guardia era un animale territoriale e andava tenuto alla catena perché avrebbe potuto azzannare chiunque si avvicinasse. Ma c’erano anche esseri umani da compagnia ed esseri umani da utilità, come uomini per cani ciechi, uomini da salvataggio per soccorrere cani che affogavano, uomini da caccia per procurare la selvaggina nelle campagne, uomini pastori per curare greggi di pecore e capre. Nonostante l’essere umano fosse considerato il miglior amico del cane, si erano verificati casi in cui alcuni cani erano stati aggrediti e morsi. Questo aveva reso obbligatorio l’uso di una gabbietta di cuoio che veniva montata sul viso dell’uomo. La chiamavamo viseruola. Altri accessori indispensabili per chi allevava un essere umano, fosse da compagnia o da utilità, erano i vestiti. Ve ne erano di varie fogge. L’importante era non dimenticarsi mai di coprire il proprio essere umano, specie quando c’era cattivo tempo. Gli esseri umani, al contrario del cani, non avevano peli, salvo sopra la testa e in altre circoscritte zone del corpo. Soffrivano il freddo in modo lancinante ed erano di salute piuttosto cagionevole, per quanto alcune razze, come quella nera, fossero le più resistenti agli sforzi fisici e ai disagi. Era un mondo tutto sommato meraviglioso dove noi cani eravamo padroni di ogni cosa e ogni essere vivente era al nostro servizio. Ma era con l’uomo che avevamo un rapporto speciale. Ad un tratto tutto questo cambiò, il mondo si capovolse e noi cani ci trovammo a fare i cani. Neppure i vecchi randagi conoscono il motivo di quello stravolgimento. C’è chi suppone un’improvvisa evoluzione cerebrale dell’uomo con conseguente presa di coscienza. C’è chi sostiene invece l’imbarbarimento della società canina, ormai giunta al culmine del suo sviluppo e destinata a scivolare giù in un inevitabile declino. Chi entrambe le cose insieme. Ci trovammo così alla mercé degli uomini. Ma su questo pianeta non c’è nulla che duri all’infinito. La civiltà degli uomini avrà il suo periodo di splendore che sfiorirà nel tempo del suo tramonto. E poi, chi lo sa, arriverà la civiltà degli insetti, oppure quella degli uccelli, oppure nulla, il vuoto dell’eternità che si mangerà le civiltà della Terra.

Il Paziente X andò avanti per un pezzo con profezie ed evocazioni nostalgiche. Venne mezzanotte ed erano ancora lì, il Paziente X che parlava e il dottor Djembé che ascoltava. Poi si fecero la una, le due, le tre. Il Paziente X non finiva più di raccontare al dottor Djembé il mondo che aveva dentro. E il dottor Djembé non finiva più di ascoltare con gli occhi sbarrati del medico che dimentica la sua professione.

La notte demolitrice li sorprese così. Il Paziente X si sdraiò sulla panca e si addormentò. Il dottor Djembé uscì dal reparto. In giro non c’era nessuno. Passò la porta della clinica in pantaloni di tela bianca e giacca da camera. La nebbia silenziosa filtrava nei polmoni.

Quando fu nel viale il dottor Djembé si fermò, appuntì le labbra e soffiò. Ne uscì un suono cupo e prolungato. Guardò allora su, verso la luna alta nel cielo. Sorrise e incominciò ad abbaiare.

martedì 27 aprile 2010

Partecipazioni e scatoline portaconfetti per la 1a Comunione di Ilaria


Dopo tanto lavoro, finalmente a cerimonia svolta, posso mostrarvi quanto ho preparato.

Sia le partecipazioni, che le scatoline portaconfetti, sono realizzate con una tecnica che si chiama: scrapbooking.

Non richiedono particolari abilità a parte avere un po' di fantasia nel comporre i vari particolari.

I colori scelti sono stati: lilla e bianco.


Alcuni esempi di Partecipazione
Esempio nel dettaglio
Altro modello partecipazione
Interno partecipazioni scritte in Lilla su sfondo bianco

Scatoline per confetti sia per accompagnare le Bomboniere nella scatola grande, sia come dono ad amici e colleghi di lavoro.



Scatoline portaconfetti per compagni di scuola di Ilaria e maestre (x loro ho messo anche un fiorellino lilla)

Bomboniere Thun: coppia gattini per Ilaria e sua amica e Bimba fiore per tutti gli altri
Interno scatola grande per bomboniera - interno

Scatola grande per bomboniera - esterno